Le monete e le medaglie della città di Napoli e dintorni

Studi, Approfondimenti e Cosiderazioni

Una doppia d’oro di Carlo V d’Asburgo, insolita.

Scritto da: Pietro Magliocca il 20 Aprile 2017

In giro per il web, mi sono imbattuto nell’ammirazione, di nuovo, della doppia d’oro di Carlo V; ho avuto a memoria, istantanea, di una mio esaustivo lavoro che feci nel 2014 a riguardo questo conio. Per chi non l’avesse ancora letto, non tanto per la moneta in se, ma per il suo contesto storico rapportato alla numismatica, desidero con piacere riproporlo.

 

http://www.ilportaledelsud.org/19-23%20Magliocca%20Carlo%20V.pdf

Archiviato in Periodo Vicereale 1501 - 1734 | Commenti disabilitati

Carlo VI d’Asburgo: due Tari dell’anno 1715 a confronto

Scritto da: Pietro Magliocca il 17 Gennaio 2017

Sotto il dominio di Carlo VI, a Napoli,  la produzione monetaria ebbe inizio nel 1707 con l’arrivo nella città del conte Georg Adam von Martiniz che la occupò il giorno 7 luglio e nominato pochi giorni dopo, il 18 luglio, primo vicerè sotto Carlo III di Spagna; essa riguardò l’emissione di due tipi di Carlini in argento (PR nr. 1 e 2). Dopo l’emissione in rame (il Tornese, PR 25) dell’anno 1714, con il titolo d’Imperatore, dal 1715 a Napoli si diede avvio alla fabbricazione di monete in argento di pregevole fattura tutte a nome di Carlo VI come Imperatore del Sacro Romano Impero e con i titoli di re di Spagna e di Sicilia. Il Ducato, il Mezzo Ducato, il Tarì ed il Carlino con le sigle IM  ed MF/A furono le prime ad uscire dalla zecca; tali sigle corrispondono ai seguenti ufficiali di zecca: IM dell’aiutante incisore dei conii Giovanni Montmein e MF/A rispettivamente del mastro di zecca (Mattia di Franco) e quello di prova (Francesco Antonio Ariani); il di Franco subentrò ad Andrea Giovine ed assunse la carica il 28 marzo 1715.

La moneta sottoposta ad analisi è il Tarì dell’anno 1715, fabbricato ed uscito dalla zecca di Napoli in due varietà: con la sigla IM nel taglio del braccio (Fig. 1 ) e con la sigla IM sotto il busto del sovrano (Fig. 2), ma non solo.

Fig.1

Tarì’ – R2

CNI nr. 9 – PR nr. 13 – Bovi nr. 6

Ag. – gr. 4,35/4,40 diametro mm. 25/26

IM  nel taglio del braccio

Fig.2

Tarì – NC

CNI nr. 8 – PR nr. 13a – Bovi nr. 7

Ag. – gr. 4,36/4,40 diametro mm. 25/26

IM sotto il busto

In assenza di documenti, sono andato alla ricerca di una motivazione che potesse aver determinato la decisione di un cambiamento di questa tipologia; molto tempo fa, discutendo insieme ad un amico (Giuseppe) di questa moneta (abbastanza rara), giungemmo a questa conclusione:

Il Tarì con sigla IM nel braccio (Fig. 1) venne coniato per prima; questi Tarì hanno le stesse caratteristiche dei Carlini del1715 in fig. 3 e 4 (collare, sigle nel braccio e soprattutto lo stemma al rovescio). Potrebbero essere stati proprio questi particolari, simili se non identici tra le due tipologie, a portare alla decisione di un loro cambio per la distinzione tra i due tipi, che si ebbe concretamente con il Tarì successivo, quello in fig. 2.

A – rovescio Tarì in fig. 1

B – rovescio Carlino in fig. 4

C – rovescio Tarì in fig. 2

Fig.3 

Carlino – R3

CNI nr. 10 – PR nr. 18 – Bovi nr. 8

Ag. – gr. 2,18/2,19 diametro mm. 21

IM  nel taglio del braccio

Fig.4

Carlino – C

CNI manca – PR nr. 18a aggiornamento – Bovi nr. 9

Ag. – gr. 2,18/2,19 diametro mm. 21

IM  nel taglio del braccio

In questo tipo di moneta (fig. 4) si nota anche che la lettera G è stata disegnata sulla lettera M e che la lettera F è stata trasformata in una lettera B; questa correzione comprova che i conii del Carlino già preparati con MF vennero modificati sostituendo così le iniziali MF con GB di Giuseppe Basile; è evidente che fu utilizzato dal Basile un conio già pronto (MF/A) ma non è a questo punto chiaro, in mancanza di buone ed ulteriori immagini di monete con le sigle MF/A, se il conio è lo stesso utilizzato per le presunte poche monete coniate precedentemente oppure un altro conio.

 

Archiviato in Periodo Vicereale 1501 - 1734 | Commenti disabilitati

La prima moneta coniata da Filippo V di Borbone: il Carlino del 1701

Scritto da: Pietro Magliocca il 5 Gennaio 2017

Il carlino del 1701 con lo stemma coronato è il primo nominale coniato sotto la sovranità di Filippo V di Borbone (1700-1707); alcuni documenti riportati dal Bovi (A.S.N. – Dipendenze della Sommaria, zecca, fascio 13, fascicolo 4) lo confermano.

Carlo morì il 1 novembre del 1700 e fin dagli inizi del mese di dicembre dello stesso anno si ordinò di battersi moneta in zecca; 4000 ducati di carlini, pari a 40.000 pezzi con “l’imbressione da una parte dell’effigie del Re nostro signore D. Filippo Quinto et dall’altra l’arme reale con l’iscrizione del suo Real nome e della medesima bontà liga e peso della moneta corrente di carlini”; parliamo quindi dei carlini con lo stemma al rovescio.

Il 6 gennaio dell’anno successivo, a Napoli, festa dell’Epifania, si fece la consueta e solenne cavalcata; il vicerè, Luis Francisco de la Cerday Aragòn, duca di Medinaceli (al suo secondo mandato) vestito con il Consiglio Collaterale e tutta la magistratura, il Sindaco creato per la cerimonia, nella persona del duca di Carinari e gli eletti e la nobiltà, tutti in grana gala. In questa occasione venero gettati al popolo grande quantità di carlini d’argento coniati con l’effigie di Filippo V e con l’epigrafe PHILIP V D.G. REX HISP ET NEAP e nel rovescio l’arme di Spagna, con la scritta VTRIVS SIC HIERVS G X: nello stesso documento (fascio 13 già citato) trascritto dal Bovi si legge: “in virtù della provvisione della Regia Camera de 7 gennaio 1701 con inserzione di due viglietti di S.E. de 4 e 5 del detto mese con le quali viene ordinato doversi fare esito di detta summa, cioè ducati 4000 di moneta nova de carlini, consignati a D. Bernardo de Resusta, paggio di camera di S.E. ad effetto di buttarsi da detta Eccellenza per le strade nel giorno della cavalcata per l’acclamazione del Re nostro Signore (che Dio guardi) e ducati 59,2 che furono spesi in quattro borse di velluto cremesino guarnite con galloni d’oro, e cordoni di seta et oro nelle quali furono consignati detti ducati 4000 al dicto D. Bernardo per la causa ut supra”.

Carlino 1701

CNI nr. 9 – PR nr. 6 – Bovi nr. 1   – R2

Ag. – gr. 2,01/2,21 diametro mm. 20/21

IM – A G /A sotto il busto

Taglio della moneta: liscio

 

Esiste un tipo senza la parola REX al dritto

CNI nr. 11 – Bovi nr. 3    -  R4

 

Archiviato in Periodo Vicereale 1501 - 1734 | Commenti disabilitati

Due “diverse” medaglie per la premiazione degli alunni dell’Istituto Pontano di Napoli

Scritto da: Pietro Magliocca il 2 Gennaio 2017

La storia di un Istituto denominato dai napoletani “Collegio dei Gesuiti”.

L’Istituto Pontano è, ancora oggi, una scuola paritetica che svolge un servizio pubblico inserito nel sistema scolastico nazionale in collaborazione con altre scuole statali e non statali; è collegato al complesso degli Istituti e delle Università della Compagnia di Gesù continuando la tradizione pedagogica della Compagnia stessa, diffusa in numerose città  italiane ed europee, incidendo profondamente sulla cultura del nostro Paese(1).Venne fondato a Napoli da Nicola Valente il 13 novembre del 1876 e la sede venne stabilita a vico Cinque Santi nr. 23, presso la Piazza S. Gaetano; il primo nome che Nicola Valente assegnò all’Istituto fu quello di Silvio Pellico.

La denominazione fu ben accetta dai confratelli ai quali ricordava la figura di padre Francesco Pellico, fratello minore di Silvio, distintosi, qualche decennio avanti per l’apologia dell’ordine dei gesuiti; gradita anche a moltissime famiglie napoletane per i sentimenti di fede sincera, piacque ai patrioti napoletani quali che fossero i loro atteggiamenti a riguardo della religione. L’inaugurazione del Pontano che fu un evento inosservato ed ignorato sia dalla stampa napoletana e persino dagli stessi superiori e confratelli gesuiti(2), vide come unico protagonista il Valente che, dopo aver maturato a lungo l’idea, la realizzò affittando a sue spese la sede e il reclutamento del personale docente e non docente presso l’istituto. I superiori gesuiti pur non disapprovando l’iniziativa, non vollero, per il momento, assumerne la responsabilità e lasciarono al padre Valente l’incertezza della riuscita anche se con il merito dell’iniziativa. Ma davanti alla compagnia il suo fondatore volle che il collegio si intitolasse al Sacro Cuore di Gesù, verso il quale nutriva devozione e sperava protezione per la difficile impresa a cui si era impegnato.

L’istituto venne inaugurato ma la frequenza degli alunni era bassa, (venti tra esterni ed interni), due dei quali erano nipoti del Valenti; l’istituto resse alle prove dei primi mesi tanto che alla fine dell’anno scolastico 1877 fu necessario trasferirlo in una sede ampia che fu il palazzo del barone Amatucci, in via Tribunali nr. 368; prese il nome di scuola Convitto Pontano, perché vi aveva abitato Gioviano Pontano organizzandovi un sodalizio di dotti presieduto dal Panormita, da cui si sviluppò la famosa accademia del Pontano e soprattutto perché voleva evitare che la popolazione del posto confondesse il suo, con un piccolo istituto situato in quella zona chiamato anche egli Silvio Pellico.

Il collegio ed il convitto con sede a Palazzo Amatucci prosperarono a tal punto che dopo un triennio (nell’ottobre del 1880) si richiese un nuovo trasferimento; il Valente, unico responsabile, affittò il palazzo dei principi Caracciolo di Avellino tra l’Anticaglia e la Chiesa delle Sacramentine.

Il collegio ormai funzionava a pieno regime con professori assunti dall’ambiente universitario; i napoletani cominciarono a chiamarlo “il collegio dei gesuiti” dopo che le autorità civili scongiurarono le profezie contro i gesuiti. Padre Valente si adoperò ancora una volta presso i Superiori perché la sua istituzione fosse riconosciuta come opera della Compagnia; la sua laboriosità si inseriva nelle opere  di  rinnovamento culturale e cristiano già in atto a Napoli le cui attività “benemerite”  venivano con lode svolte  da  religiosi di varie congregazioni maschili e femminili, smentendo con i fatti l’accusa di oscurantismo e di contrarietà del progresso che allora si lanciava alla Chiesa dal liberalismo massonico. Il motto a cui padre Valente voleva si ispirasse l’istituto Pontano fu “RELIGIONI  ET  BONIS ARTIBUS” (per la religione e le arti liberali); enfatizza lo sforzo di guardare oltre, per sviluppare le conoscenze, i talenti e le capacità così da poter essere di più grande servizio agli altri, a provare che la vera fede non è ostile alla scienza, ma che ambedue sono raggi di uno stesso sole diretti ad illuminare le nostre cieche e deboli menti alla via della verità. Padre Valente si rese conto che il tradizionale collegio, il così detto “Collegio dei Nobili”(3) ormai era alla fine; i tempi richiedevano nuove opere ed il Pontano doveva essere un istituto con una finalità a servizio delle famiglie e della società partenopea, con l’obiettivo essenziale di formare alunni non tanto verso una religiosità individuale, ma soprattutto attraverso l’insegnamento e l’attività parascolastica, al pensiero e alla vita cristiana rivolti alla costruzione di una società migliore e più giusta. Nel 1880 padre Gioacchino Vioni (padre con la carica di provinciale) riconobbe il collegio come opera della Compagnia e nell’aprile 1891 nominò vice rettore padre Valente, carica che tenne fino al 1892, anno della sua morte. Il 1° aprile 1886 si inaugurò la nuova sede del Convitto Pontano alla Canocchia (Fig. 1 e Fig. 2) con la benedizione dei locali impartita dal cardinale Sanfelice e con la solenne premiazione degli alunni del convitto e dell’esternato.

Fig. 1 – Sede del Convitto Pontano alla Canocchia

 

Fig. 2 – Sede del Convitto Pontano alla Canocchia

Le due medaglie in Fig. 3 e Fig. 4, coniate in occasione della inaugurazione della nuova sede e/o come premiazione degli alunni in quella cerimonia, si differenziano tra loro per la descrizione al rovescio e per i due simboli d’interpunzione; una reca la dicitura COLLEGII  PONTANO con due croci, l’altra PONTANIANI COLLEGII con due rosette.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Fig. 3

Dr/ a mezzo giro la scritta RELIGIONI ET BONIS ARTIBVS, nel campo in due rami d’alloro, raffigurazione di alcuni simboli delle arti.

Rv/ nel giro la scritta X COLLEGII .. PONTANO .. X nel campo in due rami d’alloro annodati nel basso, la scritta PRAEMIUM, sotto BENEMERENTIBUS

Diametro mm 30,60

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                       Fig. 4

Dr/ a mezzo giro la scritta RELIGIONI ET BONIS ARTIBVS, nel campo in due rami d’alloro, raffigurazione di alcuni simboli delle arti.

Rv/ nel giro la scritta    PONTANIANI COLLEGII   nel campo in due rami d’alloro annodati nel basso, la scritta PRAEMIUM, sotto BENEMERENTIBVS

Diametro mm 30,60

Allo scadere del contratto con i principi di Avellino, questi richiesero per uso privato il palazzo e padre Valente per la quarta volta, nel 1889,  dovette cambiare la sede, trasferendo l’istituto nel palazzo Winspehare in via Atri 37.

Il successivo acquisto del palazzo Cariati(4), al Corso Vittorio Emanuele, fu stipulato il 12 settembre 1921; nella nuova sede si ricostituì la comunità religiosa con una sede stabile e funzionale e il 28 ottobre 1922 il grande portone di Salita Cariati 25, apriva le porte agli alunni (Fig. 5).

 

 

 

 

 

 

                                           Fig. 5

Sede attuale in via Vittorio Emanuele, nr. 581 (palazzo Cariati)

____________________________

(1)L’Istituto Pontano è una scuola cattolica diretta dai Padri Gesuiti nella linea della tradizione educativa della Compagnia di Gesù; assume come suo impegno specifico la promozione culturale e lo sviluppo umano dell’alunno, fondandosi sulla concezione cristiana della vita. L’obiettivo è quello di educare i cittadini consapevoli, capaci di comprendere gli aspetti fondamentali della società e di operare responsabilmente in essa valorizzando le attitudini e le passioni di ciascun alunno frequentatore; alla fine del corso di studi l’alunno dovrebbe essere competente, ma anche capace di prendersi cura di sé ed essere solidale con gli altri, pronto ad impegnarsi per la giustizia, attento alla salvaguardia dell’ambiente e credente. Gli alunni e le alunne sono la ragion d’essere dell’Istituto la cui ambizione, per quanto è possibile, è quella di formarli oltre che a un’eccellenza accademica anche a un’eccellenza umana, cioè alla capacità di dare sempre il meglio di se stessi nella relazione con l’altro, partendo da una visione ottimistica della funzione della scuola e credendo nelle inesauribili e sorprendenti possibilità dei giovani. I docenti hanno un ruolo di primaria importanza per il raggiungimento delle finalità dell’Istituto ed, in quanto educatori cristiani, orientano il loro lavoro ai valori del Vangelo, testimoniando con il loro esempio un comune stile educativo che si fonda soprattutto sulla cura della persona della formazione professionale e religiosa. Accettano le linee espresse dal Progetto Educativo, dal Regolamento e condividono l’offerta formativa provvedendo alla sua attuazione. Il modello pedagogico adottato (Paradigma Pedagogico Ignaziano) sviluppa la scienza dell’educazione che si ispira all’insegnamento di Sant’Ignazio di Loyola e alla tradizione educativa della Compagnia di Gesù; tale metodo mira a: formare uomini e donne intellettualmente e affettivamente equilibrati, dotati di senso critico e progettualità, capaci di servizio alla collettività, di discernimento politico, di promozione della giustizia.  Il Paradigma Pedagogico Ignaziano si basa sulla centralità della persona chiamata a una sempre maggiore consapevolezza del senso della vita, su una concezione integrale dell’uomo interpellato a conoscere se stesso e relazionarsi con il mondo; non è una semplice teoria, ma un modo di fare scuola, un metodo che esalta il ruolo attivo dell’allievo nel processo educativo; si apprende, pertanto, sperimentandolo e attuandolo concretamente. Gli animatori spirituali sono gli insegnanti di religione e i responsabili delle attività religiose che hanno il compito di promuovere, attraverso iniziative di gruppo e specialmente attraverso contatti personali, la maturazione di fede dell’intera comunità scolastica e di ciascuno dei suoi membri.

(2)La diffidenza dei superiori si giustifica per l’aperta ostilità alla Chiesa la quale si traduceva in una legislazione sempre più restrittiva e vessatoria da parte dello Stato, si esasperava in condanne, carceri ed esili per arcivescovi e vescovi, specie nell’Italia meridionale, e si andava aggravando e appesantendo dopo la breccia di Porta Pia, al punto che nel 1874 la Sacra Penitenzieria aveva dato autorevole sanzione alla formula di astensionismo politico escogitata già da tempo dai cattolici italiani. L’opposizione a Napoli verso i gesuiti si ebbe già nel 1848 e  molti di punto in bianco erano stati costretti all’esilio; dodici anni più tardi, nel 1860, Garibaldi, cinque giorni appena dopo la sua entrata a Napoli, aveva firmato il decreto di espulsione sequestrando case (come la Conocchia), chiese (come il Gesù Nuovo che i gesuiti riavranno solo a fine secolo) e beni dell’Ordine; di qui un secondo esodo verso terre straniere vicine o lontane; ma non pochi gesuiti tuttavia, specie quelli nativi di Napoli, riuniti in piccoli gruppi più o meno clandestini, e sparsi qua e là, restarono in città, continuando ad esercitare il loro ministero, più o meno malvisti e ignorati dalle autorità cittadine; questi continuarono a lavorare in città ed alcuni, esperti nell’apostolato dell’insegnamento, a titolo del tutto privato, organizzarono dei centri scolastici; ne sorsero alla distanza di pochi anni, tra il 1864 e il 1869 tre o quattro, nei vari punti di Napoli, autonomi tra loro; ma ebbero vita stentata e nel giro di pochi anni si estinsero tutti.

Nel 1873, i massoni che anche a Napoli avevano in mano le leve del potere, nell’atrio dell’università, una volta appartenuto alla Compagnia avevano fatto murare una lapide marmorea per ricordare il primo centenario della soppressione della Compagnia di Gesù, inneggiando a papa Clemente XIV che aveva emesso la bolla.

(3)All’art. 1 dello statuto del Collegio dei Nobili di Napoli veniva riportato che per assecondare i fervidi desideri di S.M. il re di Napoli sempre intento al pubblico bene dei suoi amatissimi sudditi, è aperto un Collegio di Nobili approvato e promosso dalla munificenza della Maestà Sua.

L’art. 2 specificava che il fine principale del Collegio è di allevare la gioventù
nobile nel santo timore di Dio, e però niuna industria è omessa, che si stimi conducente a questo
importantissimo oggetto.

L’art. 7 settimo riportava che per essere ammesso in questo Collegio deve ciascuno dei convittori provare la nobiltà che risulta sia dal proprio casato, sia da cariche onorevoli
esercitate una volta, o che tuttavia occupassero i propri parenti per via di autentici documenti da
presentarsi antecedentemente insieme con la domanda di ammissione.

(4)Il palazzo Cariati era stato un edificio signorile, nobile; all’inizio del XVIII sec. il principe di Cariati, Giovan Battista Spinelli aveva fatto eseguire lavori di radicale trasformazione di una cinquecentesca villa di campagna; nel settembre del 1921, invece, era ridotto alla condizione d’abbandono.

__________________________

BIBLIOGRAFIA:

Rossi L.; la storia del Pontano.

www.istitutopontano.it – Napoli.

www.treccani.it, il portale del sapere.

www.wikipedia.it, l’enciclopedia libera.

Archiviato in Periodo post - unitario | Commenti disabilitati

La moneta da 5 tornesi coniata sotto Ferdinando IV di Borbone.

Scritto da: Pietro Magliocca il 26 Dicembre 2016

Il 14 settembre dell’anno 1797, il Consiglio Supremo, riunito, con l’intervento del generale Acton, risolse e fece presente a S.M. Ferdinando IV che la coniazione delle monete da 8 tornesi doveva sospendersi, ciò si era determinato perché i falsificatori traevano un considerevole utile, tenuto conto che l’intrinseco della moneta da 8 tornesi era molto minore della sua denominazione; la moneta da 8 tornesi, rispetto al grano di 7 trappesi (gr. 6,23), doveva pesare 28 trappesi (gr. 24,92) ma effettivamente ne pesava gr. 15,58 circa.

A questa risoluzione, il Basile, appaltatore della monetazione di rame dell’epoca rispose contestando questa decisione perché, riferì che, nei locali della zecca, molto materiale si trovava già gettato in strisce e che doveva trafilarsi, ma vi era anche una quantità già trafilata che doveva tagliarsi ed altra ancora già tagliata che doveva cordonarsi e per ultimo, materiale (particole consegnate al torchio) pronto per la coniazione (cantaia 116 e rotoli 75) e moneta già coniata (cantaia 27 e ½) e uno spezzone di 10 rotoli; rifonderla, consigliò il Basile, avrebbe determinato una grossa perdita; propose, comunque, di sospendere la fusione del metallo e dare corso solo alla coniazione di quello già  approntato.

Questo che ho scritto è solo un’anticipazione a quello che sarà uno studio completo su questo nominale, approfondito da documentazione, e nel quale cercherò di chiarire dapprima, del perché avvenne la fabbricazione della moneta da 5 tornesi con l’effige di Ferdinando IV, successivamente, quella da 5 tornesi con lo stemma, modulo largo e del modulo stretto, e per quale ragione sui coni di questo nominale la lettera P, iniziale dell’incisore Domenico Perger, è mancante.

Archiviato in Ferdinando IV di Borbone | 2 Commenti »

Una medaglia per il Regio liceo “Mario Pagano”.

Scritto da: Pietro Magliocca il 25 Dicembre 2016

La storia di un convitto da Real Collegio Sannitico a Regio Liceo.

Il convitto fu istituito nell’anno 1816 con decreto dell’11 marzo da Ferdinando IV di Borbone; assunse il nome di Real Collegio Sannitico per l’istruzione pubblica della provincia del Molise ed ebbe una sede provvisoria presso il monastero degli Antoniani poiché la struttura non era idonea ad edificio scolastico. Effettuati i necessari lavori di adattamento del locale, il collegio venne inaugurato il 16 novembre del 1817; la direzione fu affidata ai Padri Barnabiti che portarono avanti un progetto per la costruzione di un nuovo edificio per le scuole e per il convitto. Ottenute le nuove strutture, chiesero ed ottennero di lasciare la gestione dell’Istituto. Il collegio rimase chiuso fino al principio dell’anno 1857, quando venne chiamato a dirigerlo il canonico Berardo Palombieri, sotto la cui amministrazione in quell’anno e previa l’autorizzazione di S.M. Ferdinando II di Borbone, il collegio venne elevato a Liceo. Nel 1861 divenne Regio Liceo e il 4 marzo del 1865, sotto proposta del Ministero della Pubblica Istruzione, con decreto firmato a Milano dal re Vittorio Emanuele II, il collegio prese l’attuale denominazione di convitto nazionale “Mario Pagano”, in onore del giurista, politico e patriota italiano Mario Pagano(1). Il convitto “Mario Pagano” di Campobasso, situato in corso Giuseppe Mazzini 1 (in centro città) è un convitto nazionale che ospita all’interno delle sue strutture una scuola primaria, una scuola secondaria di primo grado ed un liceo scientifico, tutte statali. L’utenza del Convitto è composto da alunni residenti a Campobasso e da quelli provenienti dai paesi vicini oltre che da fuori provincia. Gli alunni frequentano i tre ordini di scuola in regime di semiconvitto, permanendo nell’istituto anche durante le ore pomeridiane, per dedicarsi allo svolgimento dei compiti oltre che ad attività ricreative, sportive e musicali. La scuola offre anche, ai ragazzi dagli anni 14 provenienti da fuori provincia, l’opportunità di permanere nella struttura in regime di convitto. A partire dall’anno scolastico 2011-2012, il Convitto, che ha ospitato sempre convittori di sesso maschile, ha allargato le iscrizioni anche alle studentesse che frequentano il liceo del Convitto o altre scuole secondarie di secondo grado della città. La frequenza è resa possibile mediante la  sottoscrizione di un contratto per il pagamento di una quota finalizzata esclusivamente alla copertura dei servizi offerti (vitto e/o alloggio).

L’edificio, di prospetto di circa 61 mt. (Fig. 1), si sviluppa su tre piani nel corpo centrale e su due nelle sezioni laterali.

Fig. 1 – veduta di prospetto dell’edificio.

La facciata (Fig. 2) presenta al piano terra un ampio portale centrale e una serie di finestre leggermente arcuate.

Fig. 2 – la facciata centrale.

Il primo livello ospita i locali della portineria, economato, refettorio (Fig. 3), palestra, cortile esterno, aule della scuola primaria, biblioteca, sala riunioni, laboratorio informatico, infermeria, sala informatica ed aule per attività extracurriculari. Il secondo livello ospita l’aula magna (Fig. 4), il laboratorio di informatica, la sala per visualizzazione di materiale video, le aule del liceo scientifico e della scuola secondaria di primo grado, le sale dei docenti, le aule del laboratorio liceo, le camere e i locali del settore convitto e la cappella. Il terzo livello ospita l’appartamento del Rettore, la foresteria ed alcuni locali privati.

Fig. 3 – refettorio.

Fig. 4 – aula magna.

Nel corso degli anni il convitto fu rappresentazione, oltre a numerose iniziative degli studenti, anche di alcune manifestazioni ed eventi di notevole rilevanza al termine delle quali gli alunni ricevevano una premiazione.

La medaglia in Fig. 5, priva di qualsiasi altra iscrizione al di fuori della classe, risulta essere non assegnata e priva, anche, dell’ultima cifra nella data. Non ho avuto modo di reperire documentazione idonea, e/o di accertare per quale occasione questo conio venne concepito: doveva essere conferita in attinenza a questi eventi (?); al contrario, però, analizzando nel dettaglio l’iscrizione al dritto “REALE LICEO MARIO PAGANO”, la parola REALE risulta essere anacronistica con i tempi; ricordo che tutti i collegi ed i licei autorizzati sotto la sovranità Borbonica, con l’unità d’Italia vennero decretati Regi.

Dr/ nel giro la scritta REALE LICEO MARIO PAGANO  nel campo stemma sabaudo.

Rv/ in un ramo d’alloro e uno  di  quercia annodati nel basso, la  scritta CLASSE, sotto, parte della data 186

Diametro mm 27,00

____________________

 (1)Nacque a Brienza nel 1748 e morì a Napoli nel 1799; fu rappresentante dell’illuminismo napoletano e profondamente influenzato dal pensiero di Giovan Battista di Vico, sul quale innestò le istanze democratiche e progressiste. In economia fu liberista e credette con i fisiocrati in un ordine naturale di rapporti economici. Negli studi penali continuò l’opera iniziata da C. Beccaria e da G. Filagieri, propugnò la riforma del processo penale in senso accusatorio, volle derivati i principi informatori della legislazione penale dalle leggi eterne della natura, vagheggiando un codice comune a tutte le nazioni civili. Protagonista della Repubblica partenopea nata dalla rivoluzione del 1799, crollata, venne condannato a morte. Laureatosi in legge, in seguito a pubblico concorso nel 1770 fu nominato lettore straordinario di etica all’università di Napoli dove insegnò dal 1785, diritto criminale (le sue lezioni furono pubblicate postume, sotto il titolo di Principi del Codice penale, nel 1803). Continuava intanto anche nell’attività letteraria, pubblicando fra il 1787 e il 1792 alcuni drammi (Gerbino, Agamennone, Corradino, L’Emilia), che incontrarono l’ostilità dell’ambiente letterario ufficiale napoletano. Sensibile alle idee ugualitarie della Rivoluzione francese, partecipò all’attività della Società patriottica e volle assumere la difesa d’ufficio nei processi contro i patrioti del 1794: fu perciò denunciato, imprigionato nel 1796 e costretto a dimettersi dall’insegnamento e dalla professione. Liberato nel 1798 ed emigrato prima a Roma, poi a Milano, tornò a Napoli quando vi fu proclamata la Repubblica partenopea (nel gennaio 1799). In questa ebbe un ruolo di primo piano, conforme al grande prestigio da lui acquisito, nel frattempo, nell’ambiente «giacobino» napoletano: membro del Governo provvisorio e del Comitato legislativo, divenuto di questo presidente, preparò il disegno di costituzione repubblicana. Partecipò dal 5 giugno alla lotta armata per la difesa della repubblica e poi alle trattative di resa, e il 25 fu tra i firmatari della capitolazione. In seguito al tradimento di Nelson fu condannato a morte: salì il patibolo il 29 ottobre in piazza del Carmine con don Cirillo e altri patrioti.

 

BIBLIOGRAFIA:

www.convittonazionalemariopagano.it.

www.treccani.it, il portale del sapere.

www.wikipedia.it, l’enciclopedia libera.

 

Archiviato in Periodo post - unitario | Commenti disabilitati

Le medaglie per la compagnia napoletana del gas

Scritto da: Pietro Magliocca il 11 Dicembre 2016

Da oggi ho aperto un’ulteriore rubrica nella quale porterò a conoscenza dei lettori notizie, novità, considerazioni, inediti e rarità nel campo medaglistico e monetale.

 

Le medaglie che vi sottopongo all’osservazione sono entrate a far parte della mia collezione e  sono arrivate dopo la stesura dell’articolo su questa compagnia che troverete nel mio blog sotto la voce periodo post – unitario.

 

 

 

 

Archiviato in Medaglie, Monete e Medaglie | Commenti disabilitati

Biblioteca Numismatica – Circolo Partenopeo

Scritto da: Pietro Magliocca il 7 Dicembre 2016

Rendo noto che è in attività ed in corso di aggiornamento il catalogo della biblioteca del Circolo Numismatico Partenopeo; per gli interessati si può visionare l’elenco delle pubblicazioni qui: http://www.librarything.it/catalog/CircNumPartenopeo

E’ un grande ed utile servizio messo a disposizione di tutti gli appassionati della monetazione.

Archiviato in Il Circolo Numismatico Partenopeo | Commenti disabilitati

La compagnia napoletana del gas – Napoli 1862

Scritto da: Pietro Magliocca il 8 Novembre 2016

Le medaglie commemorative.

La compagnia napoletana d’illuminazione e scaldamento con il gas, Napoletanagas, nasce il 18 ottobre 1862, ma la sua storia ebbe inizio anno prima. Il 21 gennaio 1837 re Ferdinando II di Borbone concessa la sua autorizzazione al cav. Giovanni De Frigiére affichè fosse accordato a lui e ad altri l’impresa di illuminare la città di Napoli attraverso il gas. L’inaugurazione avvenne il 10 settembre dello stesso anno ed il teatro della prima illuminazione a gas fu il portico della basilica di San Francesco di Paola, incastonata di fronte al Palazzo Reale, nella splendida Piazza Plebiscito, che allora si chiamava Largo di Palazzo; non appena il sole scomparve dietro la collina di Posillipo, esplose il miracolo: 29 lanterne, accese una dopo l’altra, crearono stupore nella folla che gremiva la piazza, che esclamò: “ò gass, ò gass”.  Il 13 dicembre del 1838 il sindaco di Napoli don Giuseppe Caracciolo Marchese di Santapagapito, stipulò con il signor cavalier don Giovanni De Frigiére, rappresentante della Compagnia per la Illuminazione, il contratto dell’illuminazione generale di tutti i fanali della città di Napoli, porzione sia gas che ad olio. Intanto, per far fronte alle nuove necessità venne costruito, da subito, un secondo opificio di produzione situato al vico Cupa a Chiaia la cui inaugurazione ufficiale avvenne in data 28 maggio 1840. Durante i primi esperimenti la compagnia fu diretta dal De Frigiére e poi da Alfonso Bossieu ma, nella il 6 aprile del 1841, l’assemblea degli azionisti nominò direttore il signor Alfonso Pouchain, il quale seppe acquistare tale preponderanza nel consiglio e nell’assemblea, da far denominare la società “Compagnia Pouchain”; ma con l’unità d’Italia la compagnia Pouchain non riscosse le simpatie della nuova amministrazione ed il 12 maggio 1862 fu concesso al signor Basilio Parent di Lione (un francese che dal 1841 deteneva la concessione d’illuminazione a gas della città di Napoli) il diritto di esclusiva per l’illuminazione a gas di tutte le strade e piazze cittadine per circa 60 anni, con la stipula di un rogito notarile autenticato dal notaio Gaetano Martinez, tra il sindaco di Napoli, Giuseppe Colonna e Basile Parent datato 18 ottobre 1862. In base all’art. 2 dello statuto la società prese il nome “de Compagnie Napolitaine d’eclairage e de chauffage par le Gaz” (compagnia Napoletana d’illuminazione e scaldamento col gas).

Fig. 1 – largo di Palazzo, piazza Plebiscito

Alla nuova impresa veniva affidato il compito non solo d’illuminare ma anche di riscaldare; era la prima volta che se ne accennava in un documento pubblico.

La Parent, si impegnava a costruire uno stabilimento per produrre il gas ed un impianto per canalizzarne e distribuire 4500 metri cubi al giorno, con una tariffa variabile a seconda dell’ampiezza delle fonti di luce, i becchi. Al comune di Napoli spettò di dotare la nuova compagnia degli edifici da adibire a stabilimenti di produzione e dei gasometri. Visto il continuo e crescente sviluppo dell’uso del gas e dato che il gasometro costruito in via Cupa a Chiaia era del tutto insufficiente, fu costruito un terzo opificio di produzione sulle sponde del Sebeto nei pressi della strada denominata allora Arenaccia (via Stella Polare). L’area interessata si estendeva su 55mila metri quadrati, dei quali 1600 venenro adibiti a parco fossile; quasi in contemporanea, nel dicembre del 1863, si decrtò la chiusura del vecchio stabilimento di via Cupa a Chiaia (ma dove rimasero per circa 10 anni gli uffici della direzione e dell’amministrazione). Nel decennio 1870/1880 si incrementarono i punti luce ed il consumo annuo del gas; nel 1881 fra pubblico e privato la popolazione servita era di oltre 480mila abitanti, in vent’anni l’aumento aveva superato i 30mila allacciamenti. Intanto il progresso tecnologico dava una mano all’illuminazione e dai punti luce regolati prima dalla “fiamma libera” si passò ai becchi a “farfalla” e ai cosiddetti “argand” plurimi. Di queste conquiste beneficiò anche l’anima della città più votata alle feste. Nel carnet mondano, infatti,  si iscrisse di diritto il carnevale del 1882 che mise le ali alla Compagnia nell’arredare la città, specialmente via Toledo, con bellissime luminarie. Il 27 dicembre dell’anno 1885 fu stipulato un nuovo contratto con la Compagnia  per l’illuminazione dei quartieri periferici di Napoli (Vomero, Case Puntellate, Casale, Fuorigrotta, Miano, Pianella, Piscinola e Marianella) e in ordine al principio che più si consuma meno si dovrebbe spendere, il Comune impose alla compagnia il ribasso a scalare delle tariffe; per compensare i maggiori oneri il termine della concessione venne prorogata di quindici anni,  dal 1 giugno 1922 fino al 1 giugno 1937. Il nuovo modo di produrre energia (fra gas ed elettricità) incombeva negli ultimi anni del secolo e la compagnia non poteva non intervenire. Come primo atto acquistò una piccola stazione che produceva energia elettrica a corrente continua, in Via Alabardieri e successivamente acquisì la maggioranza delle azioni della SIG (società generale di illuminazione); ma con il trascorrere degli anni gli impianti elettrici presero sempre più la mano alle attività di illuminazione del gas. Il 20 marzo 1899 la compagnia si accordò con la società franco-svizzera per l’industria elettrica, la Banca Commerciale e Roberto de Sanna, in rappresentanza di un gruppo di uomini d’affari napoletani, per fondare la Società Meridionale d’Elettricità (SME); la SIG venne assorbita nella nuova società e Maurizio Capuano fu nominato amministratore delegato; da quel momento si diede inizio all’epoca della elettrificazione dell’Italia meridionale. Tra l’Ottocento e il Novecento, il passaggio di un’epoca all’altra venne scandito dall’avvento della comunicazione. Il resto è storia recente.

In occasione del primo centenario, nel 1962, con festeggiamenti e regali ai dipendenti vennero emesse medaglie ricordo, in argento e bronzo da 60 mm. (Fig. 2 e Fig. 3).

La medaglia in fig. 4 è una medaglia novecentesca che ne commemora la fondazione.

 

D/ nel giro la scritta COMPAGNIA NAPOLETANA DEL GAS . 1862 .

R/ nel giro la scritta LVCEM DIFFVNDO PER ORBEM (diffondo la luce per il mondo, sotto su tre righe I PRIMI FANALI A GAS A LARGO DI PALAZZO 10-IX-1837

Bronzo – diametro 35,30 mm.

__________

BIBLIOGRAFIA:

Di Rauso F.; Una medaglia d’argento per Napoli, la prima città ad avere l’illuminazione pubblica a gas – P.N. nr. 234, novembre 2008.

Lizza A.; Storia dell’illuminazione a gas nella città di Napoli.

Toma P.A.; Napoletanagas, da 150 anni il futuro della Campania.

www.napoletanagas.it.

www.treccani.it, il portale del sapere.

www.wikipedia.it, l’enciclopedia libera.

Archiviato in Periodo post - unitario | Commenti disabilitati

La medaglia Commemorativa per l’Esposizione Internazionale Marittima: Napoli, 17 Aprile 1871.

Scritto da: Pietro Magliocca il 8 Novembre 2016

Articolo pubblicato sulla rivista online “Il Giornale della Numismatica” – 11 dicembre 2015

L’Esposizione internazionale marittima di Napoli fu la prima che ebbe luogo in Italia, e la seconda marittima in Europa (la prima fu quella di Hàvre); fissata per il mese di settembre 1870 intervenne una proroga da parte della commissione Reale che la rinviò dapprima al 1 aprile e definitivamente al giorno 17 aprile del 1871 perché a quell’epoca era in corso la guerra franco – prussiana (19 luglio 1870 – 10 maggio 1871); a mezzodì, fu aperta l’esposizione; presenti il principe e la principessa del Piemonte, accolti dalla commissione Reale e il prof. sig. Paolo Emilio Imbriani, senatore del Regno e vice presidente dell’esposizione che tenne un breve discorso sull’esposizione. Delle nazioni estere, le meglio rappresentate in ordine di numero di espositori furono la Monarchia Austro-Ungarica, l’0landa, l’Inghilterra e la Spagna; appena in quei giorni, in cui furono avviati i lavori del Giurì, apparvero alcune poche cose della Francia, che la commissione Reale con savia determinazione, attese le circostanze eccezionali di quella infelice nazione. Il palazzo dell’esposizione sorse sulla ridente spiaggia di Mergellina, che è tra le più ridenti del mondo, e subito a capo degli incantevoli boschetti della Villa Nazionale, lungo la Riviera di Chiaia.

L’edificio era tutto a pareti di tavole di legno con coperture sostenute da centine di legno con tiranti di ferro, di mirabile leggerezza e stabilità; il progetto fu dell’architetto Del Giudice, preside del R. Istituto Tecnico di Napoli e la parte costruita è opportunamente sufficiente all’ esposizione attuale.

La sala dell’inaugurazione venne addobbata con trofei di remi, di picche e di bandiere e i locali per i diversi servizi, studiati dal punto di vista della limitazione, erano bastevoli ai bisogni.

Concorsero alla mostra circa 1200 espositori, tra nazionali e stranieri suddivisi in 10 Gruppi e 38 Classi; gli oggetti ammessi alla mostra comprendevano nel dettaglio:

Il 1° Gruppo – le Costruzioni navali;

Il 2° Gruppo – Le macchine a vapore;

Il 3° Gruppo – I disegni e modelli di Porti e di stabilimenti marittimi;

Il 4º Gruppo – I saggi di legnami, metalli e combustibili;

Il 5° Gruppo – Articoli diversi e materiali necessari alle navi ed alla navigazione;

Il 6° Gruppo – Strumenti di navigazione, apparecchi di salvataggio, ed armi per la marina di commercio;

Il 7° Gruppo – Provviste da bordo ed effetti per marinai;

L’8° Gruppo -  Tutto ciò che riguarda la pesca, inclusa quella del corallo nel Mediterraneo;

Il 9° Gruppo –  Parte scientifica, cioè le antichità relativa all’ industria marittima, e le pubblicazioni giuridiche e scientifiche riguardanti la navigazione;

Il 10° Gruppo – Produzioni della terra italiana e gli articoli del Commercio di maggiore esportazione tra noi.

Due mesi dopo circa, il giorno 29 giugno 1871, in coincidenza con il Congresso Marittimo a Napoli, vennero conferite, agli espositori premiati, medaglie a titolo di ricompensa, ripartite in due classi di merito (1^ e 2^ classe), sia in oro che in argento, a differenza del bronzo, pure distribuito, che non prevedeva questa caratteristica; l’Esposizione internazionale marittima fu un’esposizione da celebrare, e per tale ragione vennero fatte coniare anche medaglie concesse a titolo “Commemorativo” (Fig.1 – bronzo).

In altro studio, approfondito, scriverò ancora di questa esposizione trattando, nel dettaglio, delle medaglie concesse a titolo di Ricompensa; porterò a conoscenza dei lettori le liste di tutti i partecipanti premiati, Nazionale ed Esteri, il conferimento della relativa medaglia assegnata per ogni classe di appartenenza ad un determinato gruppo.     

COMMEMORATIVA

Fig. 1

D/ in alto la scritta  LA GARA DEL LAVORO E CULTO DI LIBERTÁ; in primo piano, a sinistra il Sebeto sdraiato; al suo fianco due figure muliebri, allegorie delle industrie e dei commerci, porgono omaggio all’Italia turrita e in lontananza il Vesuvio; sulla linea dell’esergo, L ARNAUD F e sotto, la scritta RES ANTIQVAE LAVDIS ET ARTIS / INGREDIOR. (Medagliere Risorgimento 1762).

R/veduta del molo dell’Immacolatella nel porto di Napoli, con navi alla fonda; in lontananza, il Vesuvio ed il sole nascente; sulla linea dell’esergo, a sinistra L ARNAUD INCISE e a destra F DEL GIUDICE D; sotto, la scritta su tre righe PRIMA ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE / D’INDUSTRIE MARITTIME IN ITALIA / NAPOLI APRILE 1871

Bronzo – diametro 73,80.

La medaglia commemorativa venne fatta coniare nei tre metalli: oro, argento e bronzo; di seguito la lista dei conferimenti, ad esclusione del bronzo, dove su quest’ultime non sono riuscito, al momento, a reperire documenti che ne attestano le quantità distribuite.

Medaglia d’oro di 1^ classe (speciale commemorativa):

1 – al cavalier Betocchi Alessandro, membro e segretario della Commissione Reale; per lo zelo, l’intelligenza e disinteressata opera da lui spesa per compiere degnamente un desiderato della sua patria ed il proposito del governo del Re e della Commissione Reale, la quale dichiara d’essere stata costretta ad uscire dalla norma di non premiare i suoi membri.

Medaglia d’ oro commemorativa per il potente e patriottico concorso prestato al fine di recare in atto la mostra marittima:

1 – alla Provincia di Napoli;

2 – al Ministero di Agricoltura e Commercio;

3 – al Comune di Napoli;

4 – al Banco di Napoli;

5 – alla Camera di Commercio ed Arti di Napoli.

Medaglia d’argento commemorativa per l’opera efficace prestata col provvedere alla buona riuscita della mostra Marittima (giusto l’art. 51 del Regolamento per la Costituzione del Giurì), ai commissari ordinatori:

1 – Pucci cav. Guglielmo;

2 – Negri cav. Ferdinando;

3 – Bianchi cav. Giuseppe;

4 – Serra cav. Luciano;

5 -  Degli Liberti cav. Enrico;

6 – Turchiarulo cav. Antonio;

7 – Panceri prof. Paolo;

8 – Pedicini prof. Nicola;

9 – Malvani cav. Francesco;

10 – Alianelli comm. Nicola;

11 – Fiorelli comm. Giuseppe;

12 – Palasciano comm. Ferdinando;

13 – Cigliano cav. Carlo;

14 – Oberty comm. Luigi;

15 – Luzzati comm. Luigi;

16 – Virgilio cav. Jacopo;

17 – Boselli cav. Paolo;

18 – De Berenger cav. Adolfo;

19 – Targioni Tozzetti prof. Adolfo;

20 – Montfort (di) Alfredo;

21 – Castellani Alessandro.

 Medaglia d’ argento commemorativa per l’efficace opera prestata, agli ordinatori:

1 – Foucault cav. Michele;

2 – Villani prof. Eduardo;

3 – Faucitano Luigi;

4 – Gambardella Giosuè.

__________

BIBLIOGRAFIA:

Atti parlamentari; Camera dei Deputati, sessione del 1876 – tornata del 1 giugno 1876.

Leggi e Decreti del Regno d’Italia; anno 1869, vol. 26 – Firenze, Stamperia Reale 1870.

Cantù I.; Album dell’Esposizione Industriale Italiana – Milano 1871.

Betocchi A., Forze produttive della provincia di Napoli – vol. 1 – Napoli 1871.

Annali del R. Museo Industriale Italiano – vol 1 – Milano 187o

Annuario scientifico ed industriale della biblioteca utile – anno ottavo 1871 -  Milano 1872.

 

Archiviato in Periodo post - unitario | Commenti disabilitati